Inviti a cena

thanksgiving_dinner_1280x1024Alcune sere fa siamo stati invitati a cena da cari amici.
“Dai, venite, c’è anch’e E. (figlio ottenne della mia amica), si divertiranno! Lui è bravo con i bambini più piccoli”.

Accettiamo l’invito.

Entriamo in casa, la prima volta per Bambola, che non ricorda ovviamente niente e nessuno perché per lei aver visto una persona 5 mesi prima equivale a un quarto di vita fa.

E’ un po’ persa, si guarda intorno silenziosa; studia la situazione e poi si installa, sbracata come un’otaria, su un tappeto persiano da un milione di dollari con una fetta di pane da un chilo in mano.

Io comincio a temere:

a- di dover accendere un mutuo per ricomprare il bel tappeto, magari dopo un improvviso svomitazzo unenne.

b- che la serata sarà complicata a causa di un’improvvisa e inaspettata timidezza inibitoria della pargola.

Ma, si sa, a stomaco pieno le cose assumono un altro aspetto.

E così Bambola, dopo aver trangugiato anche un paio di pezzi di pizza e due olive, decide che è  giunto il momento di socializzare.

E così inizia a comunicare (a modo suo ovviamente – perché lui non capisce nulla di tutte le cose interessantissime che lei proferisce) con il bimbo ottenne che al confronto sembra un neolaureato.

Lui inizia ad esibirsi in una serie di salti carpiati acrobatici da un divano a un altro, rimbalzando sulla poltrona e poi su un altro tappeto, Iraninano credo.

A quel punto Bambola comprende di avere di fronte un essere che, per quanto diverso, sa parlare la sua stessa lingua e decide che è tutto ok.

Tutto ok = posso tornare me stessa ed esprimermi nel modo a me più congeniale.

Fa un saltino di prova su un divano.

Ancora un altro.

Inizia a rimbalzare come una pallina di gomma impazzita, incita il bambino che la guarda esterrefatto, comincia a ridere e urlare tutta concitata: “Mo-tt-to di-vet-ttente! Mo-tt-to di-vet-ttente!” (leggi: come mi diverto con questo bambino il quale, benché molto più vecchio di me, sa ancora come divertirsi e prendere la vita per il suo verso migliore).

I grandi vanno in cucina a mangiare, mentre i bambini vengono lasciati da soli nel soggiorno adiacente.

Il mio orecchio è teso verso l’altra stanza e mi apposto più  volte di nascosto per spiare i due acrobati sui divani.

Lei, esaltata come mai in vita sua, urla esclamazioni di gioia e tripudio tipo “tot-tta di com-ple-a-nnnnnno!” e poi “Bam-bi-no, io mi chi-a-mo Giu-liet-ttttt-i-na!” e ancora “Quet-tttt-o giò-cc-cco è mot-tt-to di-vet-ttente!” 

Questa sta diventando senza dubbio la serata più bella della sua vita.

Mentre siamo al secondo, di là in cucina, sentiamo dei movimenti concitati.

Improvvisamente il bambino ottenne arriva gridando: “Questa bambina è una barbara! Mi ha distrutto! Salvatemi dalla bambina!”

E fugge al piano di sopra, salendo una ripidissima (e inaccessibile per Bambola) scala a chiocciola, al fine di mettersi a guardare la tv e di trarsi in salvo.

Bambola si apposta sotto la scala; guarda in su; poi guarda me e mi dice affranta: “Bam-bi-no. E’ ccap-ppa-to!”

A quel punto non posso sopportare che mia figlia subisca un’umiliazione del genere da parte di un maschio, tanto meno a un’età così tenera.

Indi, la afferro, me la carico in braccio in tutti i suoi esili 15 chili, e mi abbarbico tipo a quattro zampe su per le scale all’inseguimento del malcapitato ottenne.

Lo raggiungiamo. Lui alza gli occhi al cielo.

Bambola si piazza senza scomporsi fra lui e Batman che imperversa sullo schermo.

Dopo circa  mezz’ora, sconfitte da Batman che pare essere molto più interessante di noi, desistiamo e lo lasciamo tutto preso, da solo col suo televisore (dentro di me penso che ne riparliamo tra 15 anni quando Bambola sarà una meravigliosa adolescente – ti voglio vedere allora caro mio che gli racconti a Batman)

La pargola dalle insospettabili energie si consola subito; lo dimentica in un battibaleno e si rimette a giocare, questa volta da sola.

Lei basta a se stessa. Ne sono felice.

A mezzanotte, in piena attività ludica, finita la cena andiamo via.

Salutiamo gli amici, basiti per tanta inarginabile irruenza.

Ciao. Ciao.

Tornando a casa in macchina, imbottigliati nel traffico del sabato sera, ci sentiamo stranamente orgogliosi di nostra figlia.

E con un sorriso appena accennato sulle labbra, ripensando alla serata appena trascorsa, diventiamo assolutamente consapevoli che lì, in quella casa, a noi, si proprio noi, non ci inviteranno mai più.

Annunci

3 pensieri su “Inviti a cena

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...