C’era una piazza

aaaaaa

Sotto casa abbiamo una piazza.

Dove Bambola è praticamente cresciuta sin dai suoi primi mesi di vita.

Questa piazza non è una piazza normale.

No. Lei ha un’anima.

Un’anima grande;

e capiente;

e generosa.

Lei accoglie tutti, e vive di tutti quelli che la calpestano e la accendono di colore.

La nostra piazza cambia volto a seconda delle ore della giornata.

La mattina presto è solitaria, ha colori freddi e limpidi, fatti di gente con cani che passeggiano e volti assonnati.

Poco dopo, lei ti guarda, fissandoti con gli occhi di una signora anziana che vive nell’ospizio vicino, seduta silenziosa e malinconica sui suoi gradini a passare la giornata (chissà quanti ricordi nella sua mente solitaria).

E poi si accende; quando arrivano quelli dei bar, e dei ristoranti; e il ritmo aumenta, assieme al rumore della vita che palpita sui sanpietrini, mentre la piazza osserva con sguardo consapevole, scene che si ripetono da secoli.

Su quel pavimento Bambola andava;

prima sulla carrozzina, poi sul passeggino, poi da sola sui suoi primi passi incerti.

Ora ci corre sopra, intrepida e sprezzante, inseguendo una palla trasparente con le stelline gialle e un milione di speranze.

Da quella piazza si ascoltano spesso campane lontane e rimbombanti, che raccontano di chiese antiche e di processioni di quartiere.

In quella piazza si sente il continuo scrosciare dell’acqua. Perché, proprio lì dietro, una fontanta imponente alza la sua voce e ci ricorda che la bellezza può essere invadente ma anche discreta dentro ai porticati di una chiesa.

Al pomeriggio i ragazzini del quartiere ci giocano a pallone; e lei li approva dai tetti di tegole rosse popolate di gabbiani liberi, che ci guardano camminare, noi così piccoli e pesanti; loro così leggeri e liberi.

E poi la sera, i turisti, i ristoranti, le recensioni sui giornali, le luci che si accendono lievi, lasciando in ombra ricordi da dimenticare e illuminando aspettative per il domani.

Ma è la notte che la nostra piazza diventa veramente se stessa, quando nessuno cammina su di lei, se non un uomo, solo con il suo cane.

E allora, nella quiete delle colonne bianche illuminate da stelle invisibili, lei, silenziosa, pensa al suo passato.
E si ricorda di chiamarsi Roma.

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